Identità e memoria nella guerra al terrore

Daniele Salerno

 

Il rapporto tra identità e memoria è stato al centro della riflessione in molti campi del sapere e non è certo un tema nuovo nella riflessione filosofica e semiotica. Con la mia ricerca mi pongo l’obiettivo di declinare questo tema, così vasto e importante, con il tema del conflitto, cercando di descrivere quali sono i modi di costruzione e di rappresentazione delle identità individuali e collettive nel contesto di quella che, dopo l’11 settembre, chiamiamo “guerra al terrore”. Mi concentro in particolare sull’analisi di due case studies: la guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre e l’analisi delle pratiche di sicurezza a Londra dopo gli attentati del 7 luglio 2005. In entrambi i casi è in gioco la costruzione di identità e l’affiliazione di singoli a entità collettive. Nel primo caso ci troviamo di fronte a una vera e propria pratica ascetica tesa a preparare ogni singolo terrorista a compiere l’attacco suicida. La memoria, nella sua accezione sia di memoria individuale che di memoria collettiva, ha in questo testo un ruolo fondamentale nel rinconfigurare l’identità del singolo e prepararlo a compiere l’azione terroristica. Nel secondo caso, nelle pratiche di sicurezza a Londra dopo il 7 luglio 2005, ciò che è interessante è la costruzione del pericolo terroristico e del nemico passando però prima di tutto attraverso la costruzione di un soggetto comunitario. La necessità di immunizzarsi dal rischio terroristico passa dalla necessità della costruzione di un corpo sociale da difendere e della costituzione di ogni singolo come soggetto della comunità londinese.

 

Entrambi i case studies sollevano una serie di domande teoriche importanti. In primo luogo pongono il problema dell’”articolazione” tra identità individuali e identità collettive: come un soggetto individuale si riconosce come parte di una entità collettiva superiore, cioè di una comunità? In questo contesto la memoria collettiva è la base di ogni discorso dell’identità e costituisce il collante più importante per la costituzione di entità collettive e comunitarie. Ma all’affiliazione di un io a un noi collettivo (dimensione identitaria), dobbiamo affiancare la costruzione del “diverso da noi” (dimensione conflittuale), che può assumere la forma del nemico. Nella guerra al terrore il discorso della sicurezza, nelle campagne anti-terrorismo come nell’ordinamento giuridico e nei media, è la forma di narrazione principale attraverso cui l’altro, il diverso da “noi”, viene costruito come minaccia potenziale. Mi concentrerò quindi sui modi in cui nella guerra al terrore il potenziale pericolo viene costruito e narrato e quale ruolo giocano passioni come la paura e il terrore nelle dinamiche identitarie.

 

A partire da questo preciso campo di indagine cercherò di evidenziare le ricadute teoriche nell’ambito della riflessione semiotica. Come abbiamo pensato e pensiamo il soggetto in semiotica? Mi sembra utile in tal senso far incontrare gli studi semiotici con la riflessione della critica culturale di Benedict Anderson, sul tema della comunità, di Marita Sturken, su quello della memoria e della sicurezza, e soprattutto con le ultime riflessioni di Michel Foucault sulle pratiche della governamentalità e sullo studio delle “tecnologie del sé”.