Per una semiotica dell’oblio
Modelli semiotici della memoria tra esperienza e dinamiche culturali
Dottorando: Francesco Mazzucchelli;
Tutor: Prof. Paolo Fabbri (Università di Venezia, IUAV)

La mia ricerca intende interrogarsi sulle possibilità teoriche di elaborazione di un modello semiotico della memoria capace di guardare sia alla dimensione  “psico-” che a quella “socio-” semiotica; che sia, in altre parole, in grado di rendere conto della dinamica tra la dimensione culturale, collettiva e la sua controparte “soggettale”, in cui la memoria individuale si salda sulla dimensione esperienziale da un lato, e su quella culturale dall’altro. Il punto di partenza che ho scelto per lo studio di questo tipo di soggettività implicata nei processi semiotici della memoria è quello che comunemente viene considerato il termine contrario del ricordo, e che costituisce invece il suo complemento inseparabile: l’oblio. La ricerca partirà dall’assunto che le pratiche individuali e sociali di costruzione della memoria prevedono ed implicano parallele pratiche di “distruzione”, funzionali alle prime; l’attenzione verrà dunque rivolta primariamente alle modalità di rimozione e dissoluzione dei segni della memoria, funzionali al processo di costituzione del soggetto (individuale, collettivo) della memoria, ma anche alla natura semiotica di tali segni e al loro funzionamento testuale.
Rimozione e dissoluzione (i due termini, soprattutto il primo, sono qui da intendere al di là di ogni connotazione psicoanalitica) rimandano, tuttavia, a due accezioni diverse dell’idea di oblio, come fa peraltro notare Lotman, che pone una netta distinzione «tra la dimenticanza in quanto elemento della memoria e in quanto strumento della sua distruzione». Vorrei, nella mia ricerca, continuare a tener valida questa distinzione, tentando però di guardare ad entrambi i termini come a due processi che implicano la costituzione (e la disgregazione) di determinate e precipue forme di soggettività individuali e collettive.
Da una parte avremo, dunque, la dimenticanza come censura e manipolazione del passato, l’“oblio imposto” di cui parla Ricoeur. Rientrano in questo caso “gli usi e gli abusi della memoria” (Ricoeur), le “alleanze tra potere e oblio” (Assmann), la “dimenticanza obbligatoria di determinati aspetti dell’esperienza storica” (Lotman), il me mnesikakein e la damnatio memoriae, sia come “forme del potere” (con le parallele strategie di resistenza) che come meccanismi di funzionamento tipici delle memorie culturali (cfr. il concetto di “amnesia strutturale”). Seguendo Eco, se è vero che non esistono tecniche per dimenticare (e far dimenticare), nondimeno l’oblio e la cancellazione possono essere prodotti «al livello dei processi testuali»; ed è esattamente a questo livello, al livello dei processi testuali, che possono essere studiate semioticamente le strategie di de-semantizzazione e successiva ri-semantizzazione di determinate configurazioni semiotiche che sono terreno di scontro politico e culturale (a questo proposito, Lotman parla di «una delle forme più acute di lotta sociale»).
Dall’altra parte, quella dell’oblio come dissoluzione, la “figura” pertinente è quella della dimenticanza come processo di disfacimento del senso. Se, per dirla con Jan Assmann, il ricordo è un atto di semiotizzazione, perdere il ricordo equivale a de-semantizzare; le informazioni obliate diventano non-recuperabili perché perdono la loro natura segnica, diventando a-significanti o indistinguibili (invisibili le prime; visibili, le seconde, ma in virtù della loro invisibilità, come i semiofori di cui parla Pomian – uno studioso citato da Aleida Assmann – ovvero i segni neutralizzati e de-funzionalizzati, come il “rifiuto”, l’”obsoleto”, ecc.). In termini assoluti, il dissolvimento della memoria coinciderebbe con la cessazione di ogni semiosi. L’oblio metterebbe così in scena un processo di fading del senso, di “svuotamento semantico”, uno svanimento per esaurimento, per “incuria del senso”.
Questioni metodologiche: come si studia l’oblio, da un punto di vista semiotico? Al di là della rilevanza semiotica dei processi di dimenticanza, quali sono gli oggetti pertinenti ad un’analisi semiotica delle pratiche (e degli “stili”, si potrebbe osare) della dimenticanza? L’attenzione della ricerca verrà focalizzata sulle pratiche sociali di dimenticanza, di “produzione dell’oblio”, nell’ipotesi che studiare come una comunità “si sforza di dimenticare”, di rimuovere, così come studiare come una comunità “dimentica”, perde il ricordo di qualcosa possa meglio illuminare i meccanismi di funzionamento della memoria culturale. In quest’ottica, da una parte saranno presi in esame casi storici di “manipolazione” della memoria culturale collettiva che costituiscono degli esempi concreti di “oblio imposto per decreto”; dall’altra verrà problematizzata la relazione tra memoria collettiva e memoria individuale in direzione di una rilettura semiotica di concetti psicologici come “memoria impedita” e “atto mancato”, soprattutto attraverso l’analisi di quelle che considero tre grandi “figure dell’oblio”: l’archivio, la discarica, la rovina. Il corpus d’analisi è ancora in fase di definizione.