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Simultaneità, successioni, tensioni: presentazione del seminario

Seminario presso la SSSUB (dal 20 febbraio al 20 maggio 2003)

Simultaneità, successioni, tensioni.

Il racconto in musica e altre testualità non figurative

Il problema della tensività è da diversi anni sotto l'attenzione dei semiologi, specialmente di impostazione generativa. Chi organizza questo seminario ci è arrivato tuttavia per strade diverse da quelle della semiotica di ispirazione generativa, attraverso considerazioni che riguardano i fenomeni della comunicazione musicale, o anche fenomeni diversi ma legati a questi da numerose analogie.
Già Leonard Meyer, nel 1956, aveva costruito una teoria della significazione in musica tutta basata sul concetto di aspettativa. Il significato, nell'impostazione di Meyer, non è soltanto qualcosa di esterno al testo stesso a cui una forma rinvia, non è cioè soltanto di carattere "referenziale", ma può essere anche "incorporato", ovvero ogni forma riconosciuta in un testo musicale rinvia al proprio completamento e ad altre forme che tipicamente la seguono. Attraverso la gestione di queste aspettative il testo musicale costruirebbe l'emozione nel suo fruitore. Le emozioni (o, diremmo noi, le "passioni") che ne risultano sono perciò l'effetto diretto della costruzione del significato di un brano musicale.
Per quanto interessante, la teoria di Meyer è ben lontana dallo spiegare la totalità del fenomeno della significazione musicale, ma ne pone comunque chiaramente in luce una componente cruciale che finisce per essere trascurata da una concezione del significato in cui espressione e contenuto sono due reami concettuali distinti. Quello che a noi pare è che questo fenomeno appaia con maggiore evidenza in musica perché in musica altre (e assai più studiate) forme di significazione hanno comunque un ruolo di minore rilievo di quanto non abbiano nelle testualità più classicamente figurative. E tuttavia il fenomeno esiste, con non minore importanza, in letteratura come nel cinema, in televisione come nel fumetto, cioè in tutte le testualità con uno sviluppo temporale predefinito - ed esiste probabilmente, per quanto con caratteristiche peculiari, anche nelle testualità di carattere visivo, anche ove prevedano una fruizione che non ha percorsi temporali predeterminati.
Il racconto, a sua volta, è palesemente una forma di carattere tensivo. Esso possiede alcune proprietà di sviluppo che nella loro generalità sono note a tutti, e fa continuamente uso di figure più specifiche che sono pure ampiamente conosciute. Per questo qualsiasi lettore può essere condotto attraverso sistemi di previsioni, previsioni che possono essere in seguito confermate o smentite - proprio come succede durante l'ascolto di un brano musicale.
Questa analogia ha spinto diversi ricercatori, non solo di ispirazione generativa, a cercare il racconto in musica, ovvero la presenza di strutture narrative all'interno delle strutture musicali - anche al di là di quelle testualità musicali che ne fanno esplicito e dichiarato uso, come il melodramma o il poema sinfonico. Altri ricercatori negano la generalizzabilità di scoperte che riguardino le strutture narrative in musica, sostenendo, per esempio, che il racconto è qualcosa che viene comunque imposto dall'occhio (pardon, dall'orecchio) del fruitore (Nattiez) a una struttura che da questo punto di vista è neutra.
Se è discutibile se la musica sia in generale narrativa o meno, è invece certo che la musica è in grado di supportare strutture narrative - e possiede quindi certamente in generale qualche caratteristica che potremmo definire proto-narrativa, o pre-narrativa. Il problema è semmai come si possa caratterizzare questa protonarratività, ovvero, per esempio, quali delle caratteristiche del modello narratologico greimasiano (uno tra i vari, ma certamente tra noi il più influente) le si possano legittimamente applicarle.
E se possiamo definire in qualche modo le caratteristiche di questa protonarratività, allora il sospetto è che essa sia applicabile a qualsiasi tipo di testualità con una legittimità anche maggiore di quella della narratività stessa (in quanto più generale e logicamente antecedente). E il sospetto è anche che questa protonarratività possa essere molto avvicinata, forse addirittura identificata con il motore della tensività stessa - la quale tuttavia, a questo punto, finirebbe per configurarsi come un fenomeno più strutturato di quanto non appaia a prima vista.
Potremmo chiamarla, se vogliamo, "la vendetta dei sistemi monoplanari", che apparirebbero di colpo tutt'altro che piatti o, appunto, banalmente monoplanari. In una prospettiva di questo genere i sistemi di carattere tensivo rivelerebbero infatti una quantità di piani nascosti, anche senza scomodare la classica opposizione tra espressione e contenuto - che rimarrebbe valida, certamente, pur dovendo essere affiancata da una quantità di altri fenomeni di carattere, comunque, semantico.